Inflazione – Significato e Definizione

L’inflazione è il nemico numero uno di ogni investitore perché mette in pericolo giorno dopo giorno il valore del patrimonio e quindi la capacità di acquistare in futuro beni e servizi.

Comunemente si descrive come la crescita del livello generale dei prezzi di beni e servizi per un lasso di tempo prolungato.

Le cause dell’inflazione possono essere diverse; la più comune consiste in un aumento della moneta in circolazione, che determina un aumento della domanda dei beni, la cui quantità resta immutata.
Si manifesta con un aumento costante del livello dei prezzi, che provoca una caduta del potere d’acquisto del denaro, creando scompiglio economico.

Come si calcola l’inflazione?
L’inflazione si calcola attraverso degli indici di mercato e lo studio e l’analisi dell’andamento sono affidati, come nella maggior parte degli Stati, all’ISTAT.

l’Istituto centrale di statistica (ISTAT) utilizza principalmente tre indici:

indice dei prezzi all’ingrosso (rileva le transazioni commerciali fra imprese)
indice dei prezzi al consumo (rileva le transazioni intercorrenti fra le imprese e le famiglie)
indice del costo della vita ( rileva i consumi di una famiglia tipo in base ad un paniere di beni che viene aggiornato periodicamente)
Quest’ultimo indice viene rilevato periodicamente, con cadenza mensile, in venti città italiane, per determinare le variazioni del cosiddetto ‘indice dei prezzi al consumo’, importante per calcolare l’andamento del costo rappresentativo degli effettivi consumi delle famiglie in un anno.

Come Funziona il Leasing Immobiliare

Il mondo del credito si è arricchito, e si arricchisce giorno per giorno, di nuovi e sempre diversi strumenti finanziari volti a supportare l’acquisto di numerosi beni, primo tra tutti quello di un immobile. Al giorno d’oggi però è possibile scegliere in alternativa al mutuo un nuovo strumento creditizio ovvero il leasing immobiliare.

Si tratta di sue prodotti assolutamente differenti tra loro che si differenziano soprattutto per quanto attiene alle profonde divergenze presenti nelle strutture normative.

I mutui si contraddistinguono per una struttura molto più rigida e inflessibile a differenza di quella del leasing che al contrario si caratterizza proprio per il suo essere estremamente flessibile e malleabile.

Il leasing immobiliare è un contratto atipico, relativamente a cui è possibile vedere questa guida sui contratti atipici su Dirittofacile.net. Quando si stipula un contratto di leasing immobiliare solitamente una società di leasing acquista o fa costruire un immobile scelto dall’azienda o anche da un privato cittadino, in base alle esigenze e le aspettative di questo, per poi concederglielo successivamente per un periodo di tempo contrattualmente determinato fino al momento del riscatto.

Solo una volta giunti al termine del contratto il locatario può scegliere dopo aver beneficiato della deduzione dei canoni dal reddito imponibile, se acquistare o meno l’immobile oggetto del contratto, ad un prezzo stabilito precedente nel momento della stipula contrattuale: i vantaggi offerti da un leasing immobiliare sono molti, soprattutto da un punti di vista fiscale, i tassi di interesse rispetto a quelli di un mutui sono minori quindi anche il costo delle rate mensili si abbassa notevolmente.

Ma quanto dura un piano d’ammortamento di un leasing immobiliare? Se un contratto gode di una durata superiore ai 15 anni, è sempre possibile determinare canoni deducibili?

Partiamo con il dire che in seguito alla circolare emanata dall’Agenzia dell’Entrate sono state semplificate alcune procedure rendendo più chiari alcuni aspetti inizialmente soggetti a facili confusioni, in ogni caso la durata minima prevista per un contratto di leasing è di otto anni, una durata inferiore infatti pregiudica la deducibilità dei relativi canoni; se invece è compresa tra 8 e 15 anni ( esempio 12 anni ), la durata minima del contratto deve corrispondere a tale valore, in questo caso quindi 12 anni.

Fondi e Stili di Gestione

Le Società di Gestione del Risparmio (SGR) e le SICAV si avvalgono dei gestori per esercitare l’attività di gestione collettiva dei risparmi.

Il decreto legislativo 24 febbraio 1998 n° 58 – modello unico – nel titolo III° regola le modalità in cui le società di gestione possono esercitare l’attività di gestione collettiva del risparmio, le società autorizzate sono iscritte in un apposito albo tenuto presso la Banca d’Italia, inoltre con il provvedimento Banca d’Italia 20 settembre 1999 si ha un regolamento recante le disposizioni per le società di gestione del risparmio.

Il gestore è quella figura alla quale viene affidata la gestione del portafoglio titoli (azioni e/o obbligazioni) del fondo o della SICAV di riferimento.

Il compito della società digestione per un qualsiasi portafoglio di un fondo comune d’investimento o di una SICAV si può semplificare in tre fasi:

Asset allocation: è il posizionamento del portafoglio in gestione tra i diversi mercati azionari e/o obbligazionari del mondo rispettando il benchmark di riferimento di ciascun fondo.

Market timing: è la decisione che spetta ai gestori per scegliere il miglior momento per entrare o uscire dai mercati di riferimento o più semplicemente la scelta dei tempi d’acquisto o di vendita di un titolo.

Stock picking: è la selezione dei titoli in base alle loro prospettive di crescita.

Il testo unico della finanza in vigore dal 1 luglio 1998 stabilisce che la gestione collettiva del risparmio è riservata alle SGR e alle SICAV.

I gestori di fondi o SICAV devono conformarsi ad alcuni principi di correttezza:

Comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza, nell’interesse dei clienti e per l’integrità dei mercati.

Acquisire le informazioni necessarie dai clienti e operare in modo che essi siano sempre adeguatamente informati

Disporre di risorse e procedure, anche di controllo interno, idonee ad assicurare l’efficiente svolgimento dei servizi.

Svolgere una gestione indipendente, sana e prudente e adottare misure idonee a salvaguardare i diritti dei clienti sui beni affidati.

Organizzarsi in modo tale da ridurre al minimo il rischio di conflitti d’interesse e, in caso di conflitto, agire in modo da assicurare comunque ai clienti “trasparenza ed equo trattamento”

Fino ad oggi non si è mai verificato un provvedimento da parte degli organi di controllo.

Gli stili di gestione

Quando dobbiamo scegliere un gestore di fondamentale importanza è lo stile di gestione che questo adotta per scegliere i titoli che ha in portafoglio nel fondo comune o SICAV che gestisce.

Non tutti i gestori adottano la stessa filosofia di gestione, questo perchè non tutti i titoli che possono essere inseriti nel portafoglio del fondo comune d’investimento sono uguali.

Infatti, i titoli possono essere divisi a seconda della loro capitalizzazione, ossia, facendo riferimento alla loro grandezza in: piccoli – medi – grandi (small – mid – large).

Questa suddivisione non ha uno schema uguale per tutti i mercati, una società di media capitalizzazione italiana può considerarsi piccola per un mercato come quello americano, per questo è importante legare l’azione al proprio mercato di riferimento altrimenti si rischia di fare confusione e di considerare tutte le società piccole o al massimo di media capitalizzazione.

Inoltre, il gestore quando sceglie i titoli tra i piccoli, medi e grandi può farlo seguendo due diversi stili: value e growth.

Un gestore si definisce value quando pone l’analisi fondamentale alla base della sua scelta, sceglie quei titoli che ritiene sottovalutati dal mercato e si aspetta che il prezzo dell’azione nel medio-lungo termine sia destinato a crescere per allinearsi a valori dei prezzi delle azioni delle societò concorrenti dello stesso settore che in quel momento costano di più.

Un gestore growth non valuta l’azione per il suo prezzo di mercato, ma per le potenzialità di crescita che ha la stessa e la sua capacità di fare utili nel futuro. Contrappone all’analisi fondamentale del titolo l’analisi sulle attese di sviluppo del business societario, scegliendo quelle società che possono avere un tasso di crescita tale da creare utili inattesi dagli analisti.

I gestori non hanno nessun vincolo giuridico da questa classificazione, ossia, non devono dichiarare il proprio stile per legge nel prospetto informativo o in qualsiasi altra fonte, ma ogni gestore ha una preferenza di stile e le performances dei loro fondi rispecchiano le loro scelte che possono cambiare strada facendo in qualsiasi momento.

Ci sono invece, case di gestione che dichiarano il loro stile e per questo sono tenute a seguire tale stile e a non distaccarsi da questo nella scelta dei titoli da mettere in portafoglio.

Esistono fondi comuni d’investimento che hanno indicizzato il loro rendimento a quello dei benchmark relativi (index funds), significa che investono il loro portafoglio cercando di comprare gli stessi titoli che compongono il paniere del benchmark rispettandone anche il peso in percentuale, questo tipo di gestione è detta passiva stile core.

Day Trading – Cosa Bisogna Sapere

Tenere stretti gli stop, senza lasciarsi intimorire dai movimenti erratici dei mercati né dalle piccole perdite. L’importante è riuscire a identificare e a sfruttare correttamente, possibilmente con la tecnica del pyramiding, un movimento di diversi punti

Kevin Haggerty ha al suo attivo una lunga carriera sul difficile fronte dell’investimento, che gli ha dato una notorietà consolidata nel settore del trading a breve termine.

Gli stop, a suo giudizio, sono baluardi estremi di protezione del capitale, ma se il mercato dà segni rapidi, chiari e inequivocabili che l’investimento non è stato felice, allora è inutile aspettare: la scelta migliore è chiudere subito la posizione e concentrarsi su altre opportunità.

A parte il fatto che nel day trading tutte le posizioni vanno liquidate in chiusura di sessione, gli stop devono essere comunque molto stretti: con stop di un quarto di punto, può essere infatti molto interessante riuscire ad ottenere ripetuti guadagni di mezzo punto o poco di più.

Haggerty è consapevole che gli stop molto stretti proteggono il capitale ma sono sottoposti ai movimenti erratici dei mercati e al cosiddetto rumore di fondo dell’attività finanziaria (noise), spesso provocati da notizie o da rumor diffusi da giornali e televisioni.

Non bisogna lasciarsi spaventare troppo dalle piccole perdite, afferma Kevin, ogni volta che si apre una posizione si corre un rischio, ma prima o poi si riesce a identificare e sfruttare correttamente un movimento di diversi punti. Comunque non si possono accettare perdite giornaliere di diversi punti.

Haggerty sostiene che operando con successo nel 40% dei casi e venendo ovviamente stoppati dal rigore del money management nel restante 60%, è comunque possibile ottenere delle performance straordinarie, semplicemente in base alla differente incidenza percentuale degli stop (molto stretti e comprensivi delle commissioni) e dei profitti.

Sconsiglia quindi ai neofiti di aprire prudenzialmente posizioni piccole con stop ampi, perché a suo parere si tratta di una strategia perdente. Raccomanda altresì di evitare accuratamente di intraprendere l’attività di day trading utilizzando un broker-on-line con cui non si riesce ad avere un accesso facile e diretto.

Naturalmente, è necessaria una certa professionalità nell’individuazione della tendenza del mercato o del singolo titolo. La fredda applicazione della metodologia tecnica, o peggio un atteggiamento random, non danno frutti: i trader che perdono un quarto di punto a ogni stop e registrano profitti di un quarto di punto (anche tenendo conto dei costi di commissione e dello slippage) vengono spazzati dal mercato in pochi giorni.

Quando una posizione si rivela profittevole, sarebbe opportuno incrementarla con la tecnica detta pyramiding, che non è purtroppo alla portata dei principianti. A questi ultimi, Haggerty consiglia di aprire direttamente la posizione completa, ipotizzando di avere a disposizione un range giornaliero in grado di assicurare una buona opportunità di guadagno.

Questi insegnamenti, a prima vista, potrebbero sembrare freddi e distaccati, certo a mille miglia dal facile e spavaldo ottimismo propinato da operatori non disinteressati. Ragionandoci su, sarà tuttavia possibile esordire sul difficile mercato del day trading senza commettere troppi passi falsi.

Come Investire in Fondi Chiusi

L’investimento in fondi comuni è sempre più diffuso e si sta dimostrando una delle forme di investimento del risparmio più efficiente.

Pur essendo relativamente nuovo, lo strumento dei fondi si dimostra già in fase di forte evoluzione, dimostrando una vitalità notevole e una grande capacità di adattamento alle variazioni di mercato.

La dimostrazione è data non solo dalle nuove forme di gestione proposte (si è passati dalle 3 categorie fondi “tradizionali” – obbligazionari, bilanciati ed azionari – alle attuali 20 categorie classificate da Assogestioni), ma anche dalle nuove forme di operatività sui fondi che possono essere realizzate dal singolo sottoscrittore.

Parlo in pratica di tecniche di gestione “personalizzata” dell’investimento che possono essere messe a punto per cercare di massimizzare il risultato complessivo dell’investimento e comunque di adeguarlo nel miglior modo possibile alle proprie esigenze.

Esaminiamo ora un esempio, costituito da un investimento in unica soluzione (nella formula cosiddetta PIC) in un fondo obbligazionario, abbinato ad un piano d’accumulo (PAC) in un fondo azionario.

La logica dell’abbinamento è evidente: posto che un fondo obbligazionario ha un contenuto “tranquillo”, un trend abbastanza regolare nel tempo e un elevato grado di sicurezza complessiva, esso rappresenta una delle soluzioni ideali per risparmiatori che cercano soluzioni a basso grado di rischio. Ma con il trend attuale dei tassi, caratterizzato da un calo drastico dei rendimenti, la ricerca della sicurezza “costa cara”, in quanto il capitale frutta non più di un 3-4% annuo.

Ecco allora che, fermo restando la scelta relativa all’investimento al fine di realizzare l’obbiettivo della sicurezza, può essere utile ed interessante affiancare al PIC un PAC nel quale versare, periodicamente, gli utili conseguiti.

In sostanza, il capitale resta sempre “al sicuro”, ma i proventi che a mano a mano maturano non restano reinvestiti nello stesso fondo, bensì sono indirizzati verso un investimento azionario, più volatile ma potenzialmente molto più redditizio.

Come attuare questa strategia di gestione? Si sottoscrive un fondo obbligazionario con la cifra che si desidera investire e ci si prefigge di fare “il punto della situazione” per esempio ogni sei mesi. Al momento del primo “traguardo” si apre un PAC in un fondo azionario, versandovi la plusvalenza maturata: si disinveste un numero di quote equivalente all’utile, trasferendo l’importo come primo versamento del piano. Successivamente allo scadere del primo anno si ripete l’operazione, trasferendo la nuova plusvalenza, e così via. Da rilevare che, data la natura del fondo “base”, è praticamente certo che ad ogni tappa si possa effettuare uno switch, e questo è chiaramente dimostrato.

A chi può essere utile un programma operativo del genere? Sicuramente a chi, avendo un profilo di rischio medio-basso, accetta l’idea di non stare rintanato nell’investimento tranquillo, ma, senza pregiudicare nulla del proprio prezioso gruzzolo investito, mette a rischio solo l’utile. Se va bene, migliora nettamente la performance complessiva grazie all’andamento del settore azionario che, nel lungo periodo, è sempre stato più brillante di quello obbligazionario. Se va male, peggiora il rendimento (in quanto l’investimento nel PAC, nell’ipotesi di un ribasso dei mercati azionari, potrebbe calare), ma comunque non mette a repentaglio il patrimonio iniziale: obbiettivo, questo, prioritario.

Sotto un certo aspetto, si può dire che una strategia del genere consente di costruirsi in casa una specie di “index linked”, uno strumento finanziario che unisce la garanzia del capitale all’indicizzazione del rendimento basata su uno o più indici di borsa.

L’analisi dei risultati conseguibili tramite la simulazione effettuata nell’arco di tempo che va dal marzo 1989 al marzo 1999 porta ad una conclusione netta: il passaggio dal PIC al PAC è vincente in quanto l’investimento offre un rendimento annualizzato netto del 13,42%.

Un risultato, come si rileva, nettamente superiore a quello ottenibile stando semplicemente “fermi” nel fondo obbligazionario di partenza (la crescita delle quotazioni è stata pari, nel periodo considerato, al 241%, con un rendimento annualizzato netto dell’8,33%).

Quel che deve essere sottolineato è che il risultato finale sostanzialmente non tocca la condizione base di partenza, costituita dall’esigenza-obbiettivo del risparmiatore di effettuare un investimento “tranquillo”; tranquillo si, ma, grazie all’abbinamento PIC e PAC, molto più redditizio.